Gigi ci racconta di come ha trovato lavoro in Burundi e come si sia costruito una famiglia. In uno dei Paesi più poveri del mondo, Gigi ha trovato la felicità.

Molta gente pensa che per vivere in Africa bisogna essere eroi, o avventurieri, o comunque non del tutto normali. E credono anche (nella loro diffusa ignoranza) che qui la maggior parte della gente vive all’ombra di una capanna di frasche vestita di un perizoma o poco più.
Mi spiace doverli deludere, ma io in Burundi conduco una vita che non ha nulla di straordinario e di eclatante, complice il fatto che abito nella capitale, dopo aver vissuto i primi tre anni in una cittadina costituita da due file di case di fango lungo una strada alla quale si affacciavano quattro negozi, una chiesa e perfino una banca.
In capitale gli “imprevisti” non riguardano né l’incontro con qualche bestia feroce né l’eventualità di saltare in aria sopra una mina. Molto più banalmente, può succedere che l’acqua o la luce se ne vadano senza alcun preavviso per ritornare non si sa quando, o che in un ristorante si debba attendere un’ora e mezza prima che ti portino qualcosa da mettere sotto i denti.
Quando in simili frangenti non riesco a dissimulare con un certo nervosismo il mio disappunto, la risposta dei burundesi è sempre la stessa: siamo in Africa! Come dire: che pretendevi? Insomma, quello che per un bianco è assolutamente anormale, deve diventare normale e fa parte del gioco. Prendere o lasciare. Se decidi di vivere in Africa te la prendi così com’è. Se no te ne stavi a casa tua. E in fondo è un ragionamento che non fa una grinza.

Dunque, la mia vita senza eccessive scosse scorre tra due binari fondamentali: la famiglia e il lavoro.

È più semplice iniziare dal lavoro, che mi tiene occupato otto ore al giorno, anche se si tratta di un’occupazione che non mette a dura prova né i miei muscoli né il mio cervello.
Il negozio in cui lavoro, situato in pieno centro della capitale Bujumbura, è di proprietà di un greco trapiantato in Burundi da una vita. Ma la mia avventura in Burundi era iniziata 7 anni fa con una ONG di Torino che mi aveva reclutato per coordinare un progetto idrico in una provincia dell’interno. Tre anni di contratto, molti soldi da spendere, qualche discreto risultato ma anche molto spreco se si fa un rapporto onesto tra i mezzi impiegati e i risultati ottenuti. Poi ancora un anno e mezzo con un’altra ONG, nel settore sanitario. Finché il capitolo della cooperazione si è drasticamente chiuso, improvvisamente come era iniziato. Pochi fondi per la cooperazione, quindi pochi progetti, quindi poco lavoro, e chi come me non ha qualche specializzazione da far valere (che non serve a niente ma conta per il curriculum) viene messo da parte.
Poco male. Se una porta si chiude altre se ne aprono, o le fai aprire tu a furia di bussare. E così è stato. Il negozio di batterie e pezzi di ricambio per auto mi offre un lavoro “qualunque”, che mi serve per vivere in questo paese scelto ormai come mia patria d’adozione.
Anche perché in questi sette anni di cose ne sono successe molte, a cominciare dal matrimonio con Evelyne, burundese, conosciuta qualche mese dopo il mio arrivo qui e con la quale ho convolato a nozze nel giro di poco più di un anno. Con lei credo sinceramente di aver vinto un terno al lotto. Dopo sei anni di matrimonio siamo in attesa del nostro quarto figlio, preceduto dal primogenito che oggi ha 5 anni e da una coppia di gemelli che da poco hanno compiuto 2 anni. Tutti maschi, compreso quello che sta per arrivare.
Se non è una botta di fortuna questa! Arrivare in Burundi alla soglia dei cinquant’anni e ritrovarsi dopo 7 anni sposato con una burundese e padre di quattro marmocchi color caffelatte che ti saltellano attorno da mattino a sera…
Ecco in sintesi la famiglia e il lavoro. E c’è di più.  La mia esperienza burundese nelle ONG e quelle precedente in altri Paesi (sulla quale potrei tranquillamente scrivere un libro) mi hanno indotto a cercare una strada “mia” per fare del bene a questa gente tra la quale vivo, considerata la miseria con la quale mi imbatto ogni giorno: nei bambini di strada, nelle donne che mendicano alle porte dei negozi, nella gente che vive in una catapecchia della periferia e che non sa che cosa mangerà domani.
Allora ho messo in piedi qualche microprogetto tramite il quale aiuto una cinquantina di bambini, venti vecchiette e la popolazione di una zona collinosa sprovvista di acqua potabile. Tre piccoli progetti, come tre gocce per placare la sete infinita del continente africano, che ha bisogno di molto di più per andare avanti ma anche di piccoli gesti di solidarietà e di ritrovare la propria dignità camminando (anche) con le proprie gambe.

Eccomi qua, mezzo burundese e mezzo italiano, pronto a rispondere a tutti quanti voglino scambiare idee o semplicemente conoscere qualcosa di più sul continente africano, che non siano statistiche e luoghi comuni ma frutto di esperienza diretta, piccola finché si vuole ma concreta.

Un saluto a tutti voi e un grazie ad Elisa che mi ha permesso di raggiungervi attraverso il suo blog.

Gigi

Per chi volesse contattarmi: gigiaziani@yahoo.it

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  1. Molto bella questa testimonianza. Io sono appena rientrata dalla Tanzania, ho fatto un campo lavoro in due progetti, e adesso che la gente mi dice “sei un eroe, ci vuole troppo coraggio” mi viene da ridere. Io ho vissuto quest’esperienza come uno scambio, tra noi e loro, così ricchi dentro. Mi è piaciuto vivere la notte guidata dalle stelle e lavarmi col secchio, non avere pc e “campo” per chiamare, non è stato un sacrificio, per niente. Anzi, in quei villaggi così “sperduti” ho ritrovato me stessa.

    http://ostinatoidealismoprecario.blogspot.it/2012/09/sawa-sawa.html

  2. carolina vacca ha detto:

    elisa mi potresti contatare ti dovvrei parlare

  3. Café Africa ha detto:

    Reblogged this on Café Africa and commented:
    Un’interessante testimonianza di un Italiano in Burundi.

  4. Café Africa ha detto:

    è bello sentire storie di vita “comune”. troppi pregiudizi e ignoranza circondano l’Africa.

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