In Italia, per il tuo compleanno ti reputi felice se dai tuoi genitori ricevi in regalo almeno un iPad e una Playstation.
In Tanzania, se ricevi il copertone sgonfio di una bicicletta è festa grande, ti divertirai per mesi a farlo rotolare sulla polvere. Se poi un bianco ti regala un palloncino, la tua felicità raggiunge l’apice dell’estasi. Ma bisogna aggiungere che spesso non lo sai nemmeno tu quando di preciso è il tuo compleanno, e come regalo ti basta che per allora i tuoi genitori non siano ancora morti di AIDS.

Ho già scritto in un mio precedente articolo come in Africa, piuttosto che i paesaggi o gli animali, siano le persone ad essere diverse rispetto a ciò che siamo abituati a vedere qui in Italia. Ecco allora alcuni esempi reali – come quello che ho usato pocanzi in apertura – di come in questi due Paesi la quotidianità sia vissuta in maniera diversa, spesso anche agli opposti.


In Italia, quando ci incontriamo per strada, a momenti non ci stringiamo le mani a vicenda se prima non ci siamo assicurati che l’altro se le sia lavate con l’Amuchina.
In Tanzania, quando un giorno un’anziana signora mi ha incontrata per strada, ha starnutito tutto il suo muco in una mano, e poi con un sorriso ha proteso quella stessa mano per salutarmi. Io ho cercato di nascondere una smorfia schifata, ma le ho stretto comunque la mano: chi se ne frega dei germi, l’importante è volersi bene.

In Italia, quando ci becchiamo una spina sotto il piede, ci accasciamo a terra e, tra grida e lamenti, insceniamo un dramma di proporzioni epiche.
In Tanzania, quando una bambina si becca una grossa spina di rovo sotto il piede, si siede tranquillamente a terra e se la toglie con fare deciso, per poi rialzarsi subito e correre danzando verso gli altri, perché nel frattempo quelli sono andati avanti.

In Italia, quando ti prendi un raffreddore o ti becchi una febbre, indossi una sciarpa e vai nella farmacia sotto casa. Lì compri un farmaco e dopo un po’ stai meglio di prima.
In Tanzania, quando ti becchi un raffreddore, sei fortunato se non muori. La farmacia più vicina si trova a decine di chilometri di distanza da casa tua, e – anche se ce l’avessi sotto casa (tenendo presente che “casa” vuol dire una stanzetta con le mura di fango e il tetto in paglia) – non avresti i soldi per acquistare i medicinali.

In Italia se hai 70 anni ed otto nipoti vieni rinchiuso in un ospizio per vecchi, perché nessuno dei tuoi tanti figli sarà disposto ad ospitarti in casa sua. D’altronde un detto siciliano dice: “Un padre può campare cento figli, ma cento figli ad un padre non lo sanno campare”.
In Tanzania se hai 70 anni ed otto nipoti, molti tra i tuoi figli saranno morti per chissà quale brutta malattia e ti ritroverai una decina di persone sulle tue spalle. Perché non esiste pensione: lavorerai nei campi, talvolta dormendo all’addiaccio, spaccandoti la schiena per l’equivalente di venti euro al mese. E devi sperare pure che ti paghino con regolarità.
Posso dirvi il nome di una persona di queste: Damiano.

In Italia, se ricevi una visita inattesa, dapprima entri nel pallone e sbuffi, ma poi quando gli ospiti aprono la porta sfoggi un sorriso ipocrita e non la smetti più di offrire caffè.
In Tanzania, se ricevi una visita inattesa, ammazzi il pollo che tenevi da parte per Natale: perché sei talmente felice che lo fai con tutto il cuore, l’ospitalità è una cosa importante.

In Italia, la colazione di un bambino costituisce mediamente in una tazza di latte, cereali al cioccolato, un croissant e del succo di frutta.
In Tanzania, c’è chi la parola “colazione” non sa neanche cosa significhi. Esci di casa e ti ingegni per trovare qualche avanzo altrui da mangiare, avanzo che costituirà l’unico pasto della tua giornata. Se per strada trovi una pannocchia di granturco, dura e sporca, ti ritieni un bambino soddisfatto.

In Italia a 78 anni sei considerato un relitto, ti trattano come un ritardato e sei quasi costretto a stare chiuso in casa sulla tua sedia a sdraio.
In Tanzania, a 78 anni, vorresti continuare a lavorare per mantenere la tua famiglia, ma sei troppo vecchio per continuare a lavorare nei campi come bracciante. Il tuo fisico non regge più la fatica, ma la tua mente è forte. Quindi cerchi un lavoro alternativo, per guadagnare qualche spicciolo con cui comprare il pane.
Il nome di uno di loro? Edward.

In Italia, se hai la sfortuna di nascere con un handicap, ti viene assegnata una pensione, e in un modo o nell’altro è difficile che tu rimanga solo.
In Tanzania, se hai la sfortuna di nascere con un handicap, sei fortunato se riesci a raggiungere l’età adulta. Tuo fratello ti lascia da solo nella capanna, e tu – completamente al buio, con la bava che ti esce copiosa dalla bocca, nonché incapace di muovere un dito – attendi il suo ritorno. Sperando in cuor tuo che lui ritorni davvero.

In Italia, ti desti al suono della sveglia, imprecando perché anche oggi devi andare a scuola. Quindi ti vesti, prendi l’autobus, e dopo poco sei già seduto tra i banchi.
In Tanzania, ti desti quando ancora il sole non è sorto, e sai che devi andare a scuola. Ma non imprechi, ci vai e basta. Inizialmente cammini trotterellando contento, poi rallenti il passo, ma senza mai fermarti. La scuola dista otto chilometri dal tuo villaggio. Ma ci vai, perché speri che l’istruzione ti assicuri un futuro migliore.

In Italia, quando qualcuno ti porta una caramella, te la pappi in un istante, poi ne chiedi un’altra, e un’altra ancora.
In Tanzania, quando di rado si avvicina un bianco e ti porge una caramella, te la metti in tasca e la dai alla tua sorellina, al tuo amico o alla tua mamma. E, solo per ultimo, pensi a te stesso.

Italia e Tanzania. Un unico pianeta, due mondi diversi. Quando si pensa all’Africa, ci vengono in mente fotografie di bambini scheletrici, con gli occhi pieni di mosche e le costole ben in vista. Ma, come ho voluto mostrarvi, sarebbe molto superficiale fermarsi a questo. In realtà, anche se le nostre costole sono nascoste in un corpo in salute, i veri poveri siamo noi: noi bianchi che ci lamentiamo in continuazione. L’Africa è martoriata da mille guerre e sofferenze, ma in fondo lì si sta molto meglio che in Italia, in quanto a solidarietà ed umanità. Sì, i veri poveri siamo proprio noi.

Perché in Africa, dietro la fame e le malattie,
si trova sempre la forza di sorridere.

Ho scritto tale articolo per Upzine.it

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  1. Johne701 ha detto:

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  2. Anonimo ha detto:

    Una spanna sopra gli altri questa ragazza. Purtroppo è tutto vero…

  3. luca ha detto:

    mi fa piacere vedere ke n son l’unico a pensarla così.ho sempre desiderato andar in africa x far volontariato e poi in altro momento x lavoro in ghana e n tornare più in italia,ma tra figlio piccolo e solo fine settimana x vederlo n riesco a staccarmi e ne soffro xk ho mal d’africa trasmesso da racconti sentiti da piccolo anke se mai stato li

  4. Barbara ha detto:

    =))))) Brava Elisa !!!! ^__^

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