11 agosto 2011

Era ancora buio quando abbiamo uscito le valigie fuori dalla stanza e le abbiamo trascinate sulla terra e sul cemento. Dopo aver salutato Suor Rita, abbiamo percorso nell’oscurità la distanza che ci separava dalla strada asfaltata. Con noi sono venute le suore. Aspettavamo nel buio che passasse l’autobus, quando alle 6:30 abbiamo visto due fari avvicinarsi nella nostra direzione.

Le suore ci hanno aiutato a caricare le valigie sul bus, poi ci siamo salutati tutti con affetto.

Avevamo dei posti prenotati nelle file davanti, e in quel momento ho capito perché: ci vuole più di qualche minuto per abituarsi agli “odori africani” lì sopra, ma fortunatamente poi non ci si fa più caso. L’autobus andava veloce, anche troppo. Il modo in cui l’autista guidava mi faceva un po’ paura.

Ho registrato una tabella di marcia: alle 6:32 siamo partiti da Mtwango, alle 6:49 siamo passati da Makambako, alle 9:00 da Iringa.

Ad ogni fermata le fiancate dell’autobus venivano assaltate da venditori ambulanti che volevano proporci bibite gassate, uova sode, anarcardi, etc. Quando vedevano dei bianchi sul bus, impazzivano.

Qualche ora dopo essere passati da Iringa, il bus si è fermato presso una stazione di servizio. Era piuttosto spartana, ma era pur sempre tale. Siamo andati in bagno, o per meglio dire nel gabinetto alla turca, e dopo pochi minuti il bus è ripartito.

Alle 12:15 abbiamo attraversato l’ingresso del Mikumi National Park, percorrendo il quale alcuni hanno avvistato due elefanti, ma io purtroppo non sono riuscita a vederli.

Poi l’autista si è fermato in un punto imprecisato della savana per fare una breve pausa, cosicché le persone potessero scendere. Tuttavia tale pausa è stata talmente breve che la gente non ha avuto neanche il tempo di calarsi le braghe, che l’autista ha cominciato a strimpellare nervosamente col clacson.

Alle 13:36 abbiamo percorso la rotonda di Morogoro, infine alle 16:45 – dopo 700 km percorsi in autobus – siamo arrivati a Dar es Salaam.

Guardando la fila di persone che si affollavano nel corridoio prima di scendere, la mia attenzione è stata attirata da una cosa in particolare: davanti a me vi era un uomo piuttosto distinto, con una ventiquattrore in mano, e nell’altra teneva un sacchetto con una gallina dentro. Una gallina viva, con il collo fuori dal sacchetto, che si guardava attorno con aria spaesata.

Vorreste dirmi che quella gallina si è fatta più di 700 km in autobus senza neanche dire un mezzo “coccodè”?! Come minimo non farà uova per un mese!

Giunti dunque al capolinea siamo entrati un po’ in allerta per le valigie, quindi il prof. è sceso tra i primi per controllare i bagagli, mentre noi altre siamo scese per ultime.

Ci è venuto a prendere Pedro, l’autista di un parroco italiano che si trova a Dar es Salaam, di nome Padre Luciano. Pedro è un ragazzo magro, simpatico, che parla Inglese.

A quanto pare ieri vi è stato sciopero dei benzinai, quindi oggi il traffico è aumentato esponenzialmente rispetto al normale. Da notare che per “normale” qui intendiamo sempre un finimondo ben più grande di quello che vediamo nelle nostre metropoli.

Strade intasate da numerose automobili, camioncini carichi di persone, autobus urbani con sopra passeggeri stipati come sardine, biciclette e motorini provenienti da tutti i lati: ogni centimetro quadrato della strada sembrava essere occupato.

Ogni tanto Pedro usciva la testa dal finestrino ed urlava qualcosa in Swahili a coloro che gli tagliavano la strada. Perché quando finalmente un’auto sembrava spostarsi avanti di un metro, subito in quello spazio si ci infilavano delle biciclette o dei motorini. Quindi noi rimanevamo irrimediabilmente fermi lì ad aspettare un’occasione fortuita per andare avanti di qualche metro.

Per percorrere la manciata di chilometri che ci separava dal TEC Hotel, abbiamo infatti impiegato diverse ore, tanto che quando siamo arrivati lì l’orario era intorno alle 20:00.

Il TEC Hotel è l’albergo della Conferenza Episcopale Tanzaniana. Al nostro arrivo abbiamo scoperto che chi doveva telefonare in hotel per prenotare le nostre stanze – Padre Luciano – aveva erroneamente prenotato per ieri, e non per oggi. Ma fortunatamente vi erano alcune stanze libere: abbiamo preso due matrimoniali ed una singola. Dato che il ristorante dell’albergo era già chiuso, abbiamo mangiato qualcosa in un bar contenuto nella struttura. Abbiamo optato per pollo e patatine, anche se di pollo nel piatto ce n’era ben poco.

La zanzariera sul letto era bucata in più parti, ma in compenso il letto era morbido, dunque il sonno è sopraggiunto subito.

[Nota: le immagini contenute in questo articolo – tranne l’ultima – sono state prese da Internet].

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