10 agosto 2011

Dopo colazione siamo andati a comprare della frutta in alcune bancarelle. Solitamente lì c’è un mercato, ma oggi non c’era quasi nessuno; non so, forse era troppo presto e ancora tutti dovevano arrivare.

Mentre qualcuno di noi contrattava un buon prezzo per banane, avocado, pomodori e qualche arancia, io ed altri osservavamo il figlio di una venditrice di frutta. Era un bambino con indosso un cappottino color cammello, che dapprima sembrava essere disturbato dalla nostra presenza. Poi però ha preso confidenza e ha cominciato a gironzolarci attorno.

Ad un certo punto si è messo a guardarsi attorno con avidità, in cerca di chissà cosa. Ha quindi adocchiato un secchio bianco che si trovava lì vicino, all’interno del quale era messa a bagno della verdura. Al che vi ha fatto la pipì dentro. Non contento, un minuto dopo ha usato la stessa acqua per lavarsi le mani.

Una volta finito, si è girato verso di noi e, con aria soddisfatta, ha ricominciato a seguirci.

In tarda mattinata ho chiesto al prof. di tornare dall’intrecciatore di ceste, perché avevo preparato una sorpresa per lui. Ho infatti stampato, tramite il computer di mama mkubwa, la foto che tre giorni fa ho scattato a lui e a sua moglie. Ero curiosa di sapere qualcosa sulla sua vita, quindi ho chiesto ad una suora che parla italiano di venire con noi (la stessa suora che ieri ci ha accompagnati al lago).

Quell’uomo si chiama Edward, ha 78 anni, vedovo. Ha fatto per tutta la vita il contadino; ma ora, a causa degli acciacchi dell’età che avanza, ha abbandonato quella attività per dedicarsi ad una che sia meno faticosa. La donna che abbiamo incontrato non era la moglie, bensì la cognata dell’uomo; purtroppo stamani non era presente in casa, in quanto lavora nei campi. Peccato, avrei voluto vedere la sua faccia divertita guardare la foto che le ho portato!

Sulla via del ritorno, il prof. si ferma e mi chiede: “Vedi quella cosa laggiù, sull’albero? Indovina cos’è!”. E che poteva essere? A me sembrava uno strano albero con una papaya enorme attaccata! Invece era una zucca rampicante: si fa strada lungo il tronco ed i rami, poi cresce e penzola da quest’ultimi. Geniale.

Siamo passati dal dispensario, dove si trovavano anche gli altri, e lì abbiamo trovato una creatura bellissima: una bambina nera dagli occhi verdi.

Tuttavia sembrava essersi impaurita alla nostra vista. Lì per lì non ho fatto molto caso alla sua espressione spaventata, in quanto mi è capitato diverse volte di vedere bambini che, alla vista di un bianco, scappano o si mettono a piangere. Tre giorni fa, per le strade di Mtwango, un bambino camminava nella direzione opposta alla mia, e man mano che mi si avvicinava assumeva un’espressione sempre più terrea, sino a quando si è messo a correre piangendo. Forse era la prima volta che vedeva un bianco? Beh,  spero proprio di non costituire il trauma infantile di un bambino!

Insomma, quella bella bambina mi guardava in silenzio, tutta preoccupata. Io le dicevo: “Cheka kidogo!” (“Sorridi un po’!”). Ma poi ho capito: era sordomuta.

Mi guardava mentre, in ginocchio davanti a lei, la osservavo con interesse, ed era spaventata perché non capiva cosa stesse succedendo. Povera piccolina.

Di pomeriggio abbiamo finito di fare le valigie. Gli altri hanno tutti chilogrammi in eccedenza (qualcuno ha 6 kg in più del consentito!), io invece avevo la valigia leggera ma voluminosa. Per far spazio ad alcuni sacchetti contenenti oggetti destinati alla fiera di beneficienza della Onlus – infatti era giusto dividerli tra tutti noi – ho tolto dalla mia valigia il pigiama in pile e il giubbotto, li ho messi in uno scatolo, vi ho scritto sopra “Materiale di Elisa” e li ho lasciati qui in missione. Guardiamo il lato positivo: così avrò una scusa per ritornare l’anno prossimo.

Di sera le suore e le ragazze ci hanno organizzato una festa con numerosi canti e balli sul tema dell’arrivederci.

Eh già: arrivederci, Mtwango.

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