7 agosto 2011

Stavamo uscendo dalla missione per andare alla messa delle ore 8:00, quando davanti a noi abbiamo trovato Violet, una vispa orfanella ospitata dalle suore, la quale voleva trattenerci per giocare un po’.

Violet è una bambina di tre anni, ha un’energia inesauribile, è allegra e vivace come il suo sguardo. Ogni giorno, quando ci vede uscire o rientrare nella nostra stanza, ci si para davanti e, con un sorriso disarmante, dice: “Pipi!”. E come si potrebbe dirle di no?

Violet ha due parenti al mondo: suo padre e sua sorella maggiore. Anche quest’ultima è ospite presso la missione. Si tratta di una bambina di sette anni, malata: non può parlare né camminare, quindi si trascina per terra, gattonando con lo sguardo assente. Violet è più alta di sua sorella, sembrerebbe essere lei la maggiore.

Una mattina, mentre stavo uscendo dalla stanza, ho trovato Violet che teneva entrambe le mani di sua sorella, per aiutarla a stare ritta sulle gambe, e le sorrideva. Una visione bellissima.

Finita la messa, io e il prof. abbiamo deciso di fare un giro all’interno del villaggio: non mi lascio mai sfuggire un’opportunità per genere, perché si tratta di un’occasione di conoscere meglio l’Africa, notare particolari a cui altrimenti non farei attenzione, ascoltare racconti di episodi vissuti.

Per le strade di Mtwango abbiamo incontrato diverse persone del luogo. Tra tutti voglio ricordarne una in particolare: un signore anziano che intreccia cesti. Appena l’abbiamo visto ci siamo avvicinati, incuriositi dalla sua attività. Le sue mani erano levigate dal lavoro di un’intera vita. Le mani dicono tanto su una persona.

Insieme a tale signore c’era quella che suppongo sia sua moglie, anche se mi è sembrata un po’ più giovane. Anche lei era dedita ad intrecciare ceste. Anzi, penso che l’uomo le prepari i filamenti, mentre a lei spetti il lavoro artistico. Quando, dopo aver fatto una foto a tale donna, le ho mostrato lo schermo della mia reflex, lei subito ha cambiato atteggiamento: è diventata vanitosa! Forse non s’era mai vista allo specchio, non so, fatto sta che si è meravigliata e subito ha voluto scattate altre fotografie, si è aggiustata l’abito, ha cambiato posa e ha sfoderato un sorriso divertito. Quante risate!

Ammetto che, mentre sto scrivendo queste parole, mi sussulti lo stomaco per le troppe risate e mi viene da coprirmi la faccia con una mano, è stata una scena divertentissima.

Poi il prof. ha chiesto ad alcuni passanti se conoscessero il luogo dove si trovi la casa della famiglia Mangua. Vi narro ora la loro storia.

Anni fa una madre è morta, lasciando orfani due bambini: un maschio ed una femmina. Spero mi scuserete, ma purtroppo ne ho dimenticato i nomi. Insieme a loro è rimasta la nonna. La bambina è tetraplegica, ha una malattia molto grave che le impedisce di fare tutto. Il maschietto ha cominciato a lavorare e a costruire una capanna per loro tre. È riuscito a scavare a mano un profondo pozzo; sembrerebbe incredibile, ma ho visto quel pozzo con i miei occhi, come vi dirò più avanti. L’anno scorso il prof. ed alcuni ragazzi del campo di lavoro precedente hanno aiutato il bambino, che ad oggi avrà circa dodici anni, ad inserire delle finestre nella loro capanna. Sì, perché quella povera bambina, quando il fratello e la nonna uscivano di casa, rimaneva sola in quella casupola di fango minuscola, priva di finestre, completamente al buio.

Suor Rita, nel pomeriggio, mi dirà che ha pagato la retta scolastica a quel bambino, ma che quest’ultimo non si è mai recato a scuola, in quanto lavora. Né la nonna fa qualcosa per invogliarlo all’istruzione, anzi sembrerebbe le stia bene che lui lavori.

Io e il prof. abbiamo trovato una ragazza tanto gentile da accompagnarci per un tratto lungo la via. Ella ci ha poi indicato un campo di pannocchie secche, facendoci capire che avremmo dovuto proseguire da soli lungo la campagna. Le ho dato qualche pipi per ringraziarla, dopodiché abbiamo proseguito lungo quello stretto sentiero. Di fronte la casa in fango, di quelle col tetto in paglia, abbiamo trovato due bambini: uno di loro lo conoscevamo già, in quanto l’avevamo visto a messa (stamani si è seduto vicino a noi sorridendo); l’altra bambina, invece, sembrava triste, indossava i resti di una tutina beige piuttosto logora. Non so che cosa ci facessero lì, né che legami avessero con quella famiglia. Fatto sta che ci hanno condotti dentro: non c’era nessuno oltre la bambina.

Devo ammettere che avevo paura. Non della bambina, per carità, ma di me stessa: temevo la reazione che avrei avuto di fronte a quella vista così infelice. Avrei assunto un’espressione disgustata? Sarei corsa fuori con la nausea? Mentre varcavo la soglia del cortiletto, tutti questi pensieri mi assalivano.

Eppure no, non è accaduto nulla di tutto questo: di fronte a quella bambina sdraiata a terra, con il muco che le usciva abbondante dal naso, e la bava che le usciva dalla bocca, io non mi sono spaventata. Anzi, al contrario, le ho sorriso.

Pensavo di essere una persona peggiore. Sono rimasta meravigliata di me stessa: stavo lì, eppure non mi ha fatto alcuna impressione, perché dentro di me volevo che lei si sentisse una bambina come le altre, volevo rivolgerle uno sguardo come quelli che rivolgo a qualsiasi bambino. L’ho voluto talmente tanto che mi è venuto naturale sorriderle. Mi sarei sentita una persona cattiva se l’avessi urtata, non me lo sarei perdonato.

La bambina era stesa a terra su una stuoia, a pancia in giù. Le sue gambe erano storte e ossute.

Non le ho scattato alcuna foto, mi è sempre sembrato di cattivo gusto fotografare persone sofferenti, specie in Africa. Ho visto qualcuno scattare fotografie ad una bambina con un braccio ustionato, ma io non ci penso nemmeno. Con questo non voglio dire che sia migliore o peggiore rispetto a chi queste scene le fotografa: non fraintendetemi, voglio solo esprimere il mio punto di vista puramente personale, dicendo che a me tali foto sembrano inopportune. Sono fatta così.

Ci siamo intrattenuti lì per qualche minuto. Il prof. parlava alla bambina con dolcezza, quando una nostra compagna ci ha telefonato per dirci che era arrivato Estèban, il nostro ebanista di fiducia.

Siamo usciti dal sentiero e siamo ritornati sulla lunga strada principale, quando ci ha fermati una signora anziana. Tale vecchietta ci saluta sempre a messa. È stata tanto gentile da invitarci a mangiare qualcosa a casa sua. Noi abbiamo dovuto declinare l’invito, ma a me – se, certo, non avessimo avuto altro da fare – sarebbe piaciuto: chissà, magari sarebbe stato interessante quanto la cena a casa di Damiano!

Sulla via del ritorno abbiamo incontrato una bambina la cui bellezza ci ha attratti immediatamente. Il prof. ne è rimasto folgorato: “Non avevo mai visto una bambina così bella, in vent’anni che vengo in Africa!”. Subito abbiamo intuito che da questo fortuito incontro sarebbe nata la copertina del prossimo calendario della Onlus.

Tale bambina aveva uno sguardo misterioso, enigmatico; i suoi capelli erano lunghi, con treccine adornate da perline colorate; le labbra carnose. I suoi lineamenti erano davvero deliziosi.

In missione abbiamo dunque trovato Estèban. Ho comprato un piccolo mappamondo intagliato nel legno, nonché un elefante in ebano.

Nel pomeriggio siamo andati a visitare un ospedale in costruzione, gestito dalle suore benedettine. In questo ospedale abbiamo trovato ad aspettarci un signore di nome Gabriele, che avevamo incontrato stamattina a messa.

Tale signore ci ha fatto fare il giro della struttura, che a dire la verità è a buon punto. Lui e Sr. Rita parlavano del rapporto tra il Governo e le opere dei missionari. A quanto pare il Governo, anziché aiutare i missionari ad edificare infrastrutture – che essendo tali, vanno a vantaggio di tutta la popolazione – talvolta li ostacoli. Perché? Non sono riuscita a capirlo, a prima vista sembrerebbe illogico. Il prof. sostiene che la quasi totalità delle infrastrutture tanzaniane sia opera dei missionari: probabilmente è vero, basta guardarsi attorno.

Giunti dentro la stanza che sarà adibita a lavanderia, Gabriele ci ha raccontati di come le autorità abbiano tentato fortemente di impedire l’apertura dell’intero ospedale, con la motivazione che in quella stanza mancava l’ufficio dell’addetto alla lavanderia.

Sembrerebbe assurdo, ma è la verità. Il Governo dovrebbe incentivare l’apertura degli ospedali, anziché cercare inezie per la loro chiusura.

Probabilmente non potrei dirvelo, ma il progetto prevedeva che i costi di costruzione andavano addossati per metà allo Stato e per metà alle suore. Così era l’accordo. Tuttavia lo Stato è riuscito a rigirare la cosa in maniera tale che circa l’80% del denaro l’avrebbero messo le suore, altrimenti l’ospedale sarebbe stato costruito secondo un progetto diverso, ossia ideato dallo Stato stesso, e non secondo quello architettato dal team Italiano che lavora per le suore. Insomma: vuoi o non vuoi, devi stare necessariamente alle sue condizioni.

Un altro esempio, se non vi annoia: per questioni di igiene un laboratorio analisi non dovrebbe avere pareti in piastrelle (perché tra le piastrelle, nel tempo, si depositano germi e batteri), bensì dovrebbe avere rivestimenti in acciaio sulle pareti. Ebbene, il Governo – o chi per lui –  ha obbligato i costruttori a mettere le controproducenti piastrelle.

Per me, che sono una profana, certe condizioni mi sembrano assurde; ma così va il mondo, evidentemente.

Per tali motivi io mi innervosisco quando sento dire da qualcuno che “gli ospedali siciliani siano peggio di quelli africani”. Avendo sentito certe storie, tali affermazioni mi danno proprio sui nervi; vi sembrerò una stupida, scusatemi.

Leggendo qualche articolo sui giornali, leggendo libri, etc. mi è parso di capire che in diversi Paesi dell’Africa, Tanzania compresa, i Governi non si preoccupino concretamente di emanare una vera e propria legislazione sociale, costruire buone infrastrutture, etc.

Quindi ne consegue che – come dice anche il prof. – la quasi totalità delle scuole, degli ospedali, degli orfanotrofi, etc. qui sia tutto costruito e gestito dai missionari, cattolici o luterani che siano.

Tali missionari, al di là della loro missione di evangelizzazione (far conoscere Cristo resta la loro attività principale) sono dunque indispensabili per la società, perché altrimenti non ci sarebbero ospedali disposti ad ospitare persone che non hanno i soldi per comprare le medicine (perché lì i farmaci li paghi tutti tu, per intero; ma spesso soldi non ne hai, date le condizioni di povertà in cui vivi).

Sr. Felista, la quale come ricorderete gestisce un ospedale, un giorno mi disse: “E così noi ci ritroviamo ad avere pietà di questa povera gente, perché non ce la sentiamo di mandarli a casa senza medicine”. Quindi i missionari danno le medicine a queste persone bisognose di cure, ma andando avanti così l’ospedale diventa più povero, non ha più abbastanza soldi per comprare lui stesso tutti i farmaci. Mi pare sia tutta una catena di eventi.

Quindi io non credo proprio che gli ospedali siciliani siano da paragonare a quelli africani. Mi sembra un’ingiustizia verso tutti coloro che soffrono e che muoiono, ma che potrebbero essere benissimo salvati se solo avessero a disposizione i farmaci e le tecnologie che abbiamo a disposizione noi in Sicilia, e in generale in Occidente. Per questo io sostengo, per quel misero apporto che posso dare, la Tanzania.

Quando qualcuno mi chiede perché dovremmo aiutare anche l’Africa quando invece qui da noi ci sono tante persone bisognose, io rispondo così.

E, infine, quando poi qualcun altro mi dice che vorrebbe aiutare l’Africa ma, non credendo in Dio o essendo anticlericale, preferirebbe far parte di un’associazione laica, io difendo il ruolo sociale dei missionari, per il bene che essi apportano a tutta la comunità, un aiuto diretto e concreto.

Ritorniamo alla descrizione della giornata di oggi, spero mi scuserete per tale digressione.

Successivamente siamo passati presso la scuola superiore in costruzione, dove abbiamo fatto qualche foto di gruppo insieme a Sr. Rita. Gli altri non erano ancora entrati all’interno delle aule, quindi abbiamo fatto un giro della scuola.

Di sera ho imballato i miei due oggetti in legno, con carta di pane e di riviste: l’elefante è diventato una palla.

Ricorderò questa giornata per le tante emozioni provate, così diverse tra loro, e così indimenticabili.

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