3 agosto 2011

Stamattina mi sono occupata, tra l’altro, del recupero di una porta in alluminio, che dà nella stanza dove dormono alcune postulanti. Per “recupero” intendo dire che chi aveva precedentemente dipinto questa ed altre stanze, non si è per nulla preoccupato di pulire le macchie di colore che aveva fatto cadere sul pavimento o sulle porte. Cosa gli costava pulire le macchie da terra, dato che da fresche si tolgono facilmente? Ma soprattutto: un lavoro finito non è più soddisfacente quando è fatto bene? Mi pongo queste domande non per rabbia, per carità, bensì perché vorrei capire come mai accada questo, perché guardando quella porta la cui cornice è tutta imbrattata di celeste mi chiedo se quel volontario che anni fa dipinse il muro avrà voluto trovarsi da tutt’altra parte che in Africa. Si sarà sentito fuori posto, pentito di essere venuto in missione? È quello che temevo io prima di partire: mi chiedevo se avrei sentito la mancanza di casa. Ma fortunatamente in Tanzania mi sento quasi nyumbani (“a casa”, appunto).

Verso le 10:00 siamo andati presso la scuola secondaria, ossia quella in costruzione, per affiggere sul muro una targa. C’è chi è rimasto emozionato vedendo i cambiamenti verificatisi durante l’ultimo anno, scoprendo le novità che sono state apportate.

Il padiglione aule ha una forma esagonale, con un cortiletto al centro. Abbiamo trovato una porta che non è stata chiusa a chiave, probabilmente è quella che usano gli operai per entrare, così siamo entrati anche noi per darvi un’occhiata.

In certe stanze c’era un vero e proprio tappeto nero a terra: api morte. Nel sottotetto della scuola vi sono diversi alveari, le api presidiano letteralmente la zona. Quindi entrano da piccoli interstizi nelle finestre, ma non sanno come uscire: e muoiono lì dentro.

A Migoli nel sottotetto ci sono i pipistrelli e i serpenti (so che ce ne sono di molto velenosi nella zona, sebbene io non ne abbia visti), a Mtwango i topi e le api. Sembrerebbe quasi che ogni missione abbia la sua piaga! Dovreste sentire come scorrazzano i topi all’ora di cena, sopra la sala da pranzo delle suore. La prima volta sono rimasta un po’ atterrita, e il prof. si è messo a ridere. Si sentono proprio questi ratti che corrono rumorosamente da una parte all’altra, ma per andare dove?
Un giorno stavamo dipingendo una stanza, quando un topo ha affacciato il musetto da un buco: una di noi, per reazione, gliel’ha dipinto di celeste.

Ah, dimenticavo: i ragni – talvolta anche enormi – sono ovunque. La stanza in cui dormiamo è disseminata di polvere anti-scarafaggi, l’abbiamo dovuta mettere persino lungo il davanzale della finestra, perché la notte entrano insetti da fuori, quindi la mattina li ritroviamo stecchiti sul pavimento.

Di pomeriggio ci ha fatto una breve visita Padre Liberatus Mwenda, un sacerdote africano che fa parte della Conferenza Episcopale Tanzaniana, segretario della Commissione di Evangelizzazione.  Attualmente è parroco presso la parrocchia di Nyakipambo, località che si trova sempre in questa regione della Tanzania, ma purtroppo lontano da Mtwango. Dovremmo rinunciare ad un giorno di lavoro per andare a visitarlo, cosa che ahimè non possiamo permetterci. Avrei voluto approfondire la sua conoscenza, ho sentito belle cose sul suo conto, so che è una persona onesta. Parlando quei pochi minuti con lui, ho compreso subito quanto fosse umile e buono. È anche simpatico, fa tante battute.

Padre Liberatus si è trattenuto qualche minuto con una suora, sua amica, che si deve ancora riprendere da un’operazione a cui è stata sottoposta di recente. A proposito: la cuoca, Sista Greis (sì, a quanto pare si scrive così e non “Grace”) si è presa la malaria. Inizialmente mi sono preoccupata, sapendo che ha un corpo molto esile, ma Sr. Rita dice che con qualche pillola si rimetterà presto; “La malaria è la nostra compagna”, ha affermato con un sorriso.

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