31 luglio 2011

Seconda domenica in Tanzania. Siamo andati alla messa delle ore 8:00, che generalmente è molto frequentata. È durata due ore. La chiesa si trova proprio di fronte la missione delle suore, a due passi da lì.

Prima dell’inizio della messa ho notato la presenza di una bambina che stava sgranocchiando una pannocchia. L’avrà raccolta per strada? Costituiva la sua intera colazione? Mi sono posta queste domande sulla sua vita, mentre la osservavo con curiosità. Mi chiedevo quando avrebbe mangiato di nuovo, e quale sarebbe stato il suo pasto. Mi sono avvicinata per farle una foto, cercando di non farmi notare (cosa difficile, quando l’obbiettivo in dotazione è solo un 18-55!). Avendomi notata, la bambina si è girata dall’altra parte, guardandomi di sbieco, sempre con la pannocchia tra i denti.

Entrando in chiesa, un particolare che mi ha subito colpito è il modo in cui vestono le donne; mi sembra diverso rispetto a quello delle donne di Migoli. Accanto alle donne avvolte da un paio di sgargianti kitenga, si vedono donne vestite all’occidentale, in colorati tailleur, alcune che indossano addirittura scarpe col tacco. Ricordo di aver visto ad Iringa delle ragazze in abiti scollati, altre con addosso jeans aderenti: insomma, proprio all’occidentale. Qui a Mtwango mi sembra che i modi di abbigliarsi si siano fermati ad una via di mezzo tra il tradizionale e l’occidentale, una sorta di compromesso tra i due modi di vestire.

Successivamente, io e il prof. abbiamo fatto un giro veloce per le strade di Mtwango. Si tratta di un villaggio un po’ dispersivo: le case sono piuttosto distanti tra loro. Le strade, anche qui, sono composte da terra rossa, che si solleva in aria per diversi metri al passaggio delle auto; tutte stradine sterrate, ad eccezione della grande strada asfaltata che passa attraverso il villaggio, e prosegue per la città di Njombe. A proposito, mi è capitato di vedere qualche automobile posteggiata di fronte le case: ma non fraintendetemi, si possono pur sempre contare tutte sulle dita di una mano.

Mtwango è un luogo di passaggio: di qui passano autobus, camion, automobili, tutti sfrecciando a folli velocità lungo questo lunghissimo rettilineo, mettendo in pericolo la vita di chiunque si azzardi ad attraversare la strada.

Non saprei dire se il tenore di vita degli abitanti di Mtwango sia superiore a quello di Migoli – scusate, mi viene naturale fare un raffronto –, ma a prima vista potrei supporre di sì. Si tratta di un giudizio sommario, poiché la maggioranza della popolazione resta comunque in condizioni di povertà. Quindi potrebbe essere probabile che io mi stia sbagliando.

Numerose sono le case in mattoni di fango. Gli abitanti non possono permettersi di acquistare il cemento, quindi come malta usano il fango stesso.

Passeggiando per la lunga strada sterrata che si inoltra nel villaggio, abbiamo incontrato delle bambine che stavano traendo dell’acqua da un pozzo. È stupefacente con quale velocità lo facciano: ci vuole un bel po’ di forza per far girare la leva così rapidamente e con così poco sforzo. Io non ne sarei capace.

Sulla via del ritorno abbiamo trovato, sullo spiazzale erboso di fronte la parrocchia, il catechismo. Bambini di ogni età, taluni un po’ grandicelli, ascoltavano in silenzio le parole di una suora. Chissà di che cosa parlavano.

Prima di pranzo si è presentata di fronte al cancello della missione una donna, accompagnata dalla figlia.
Sr. Rita mi ha spiegato che tale donna ha l’abitudine di venire qui ogni domenica, per vendere qualche papaya alle suore. Mama mkubwa, dal canto suo, fa quel che può per aiutarla, comprando sempre qualche frutto.

Riguardo l’impressione che ho avuto riguardo Suor Rita, credo sia una donna sincera, concreta nel fare le cose, e diretta nel dirle. Aiuta come può tutte le persone che bussano alla sua porta, senza però farsi prendere in giro da chi magari vorrebbe approfittare della sua disponibilità. Sa farsi voler bene e rispettare. È allegra, ha senso dell’umorismo. È insomma una donna buona e altruista, capace di gestire bene le varie situazioni quotidiane, una missionaria che ama il Signore e l’Africa con tutta se stessa. Le voglio bene.

Di pomeriggio ci siamo recati presso il “Tumaini,”, un orfanotrofio il cui nome in Swahili significa “speranza”.
Gestito dalle suore vincenziane, attualmente ospita 83 bambini, dai neonati sino ai bambini di dieci anni di età. Molti di essi sono rimasti orfani a causa dell’AIDS. Ci sono anche tre ragazzi italiani, volontari del servizio civile internazionale, che passeranno un anno qui.

I bambini africani sembrano essere instancabili, generalmente sono molto vivaci. Tra di essi, oggi, spiccava per la sua malinconia un bambino in particolare. Era vestito con un abito della domenica, sporco di muco (ma di ciò lo sono un po’ tutti, chi più chi meno). Tale abito era più lungo delle sue gambe, tanto che gli copriva interamente le scarpe. Infine teneva in mano un rametto trovato per terra. Sembrava proprio un anziano, di certo il bastone completava il quadro.

Abbiamo cercato di farlo ridere in diversi modi, ma proprio non ci siamo riusciti.


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