27 luglio 2011

Oggi ho provato diverse emozioni, spesso sull’orlo di piangere perché sono un po’ triste di lasciare Migoli. Non so ancora cosa mi aspetterà a Mtwango, chissà, magari lì mi troverò anche meglio, ma mi duole separarmi da questo luogo.

Di mattina sono andata col prof. e un’altra ragazza al lago Mtera. Prima di ciò, baba Upendo ci ha lasciati nei pressi dell’orto delle suore. O di quel che rimane dell’orto, oserei dire. Scesi dalla Toyota, ho visto dei cespugli secchi che un tempo erano stati delle piante di pomodoro. Dunque mi sono girata di nuovo verso il lago, osservando la lunga distesa di letto asciutto che mi separava dall’acqua: un tempo il lago arrivava qui. La siccità è qualcosa di devastante.

La pala eolica delle suore un tempo era sott’acqua, e trasportava quest’ultima verso l’orto; ora invece non solo non è più in acqua, ma è anche molto distante dal lago. Per riempire un metro d’acqua nel tank dell’orto, tramite gli attuali metodi (ossia mediante l’uso di un motore e una pompa), ci vuole un’ora, un’ora e mezza. Niente acqua, niente agricoltura; niente agricoltura comporta carestia; la carestia, morte.

Il custode dell’orto è un anziano di settant’anni di nome Damiano. Un uomo a cui restano pochi denti, col volto attraversato da tante rughe, le mani segnate da una vita di lavoro. Il prof. suppone che egli guadagnerà sui 20 – 25 euro al mese (si tratta dello stipendio medio di un lavoratore tanzaniano). Mi ha raccontato che due figli di Damiano sono morti prematuramente, lasciandolo con otto nipoti da sfamare. Per diverso tempo tale famiglia viveva sulla terra nuda, all’addiaccio, senza avere un tetto sulla testa. Ma ora, per fortuna, Damiano una piccola casa ce l’ha, all’entrata del villaggio.

Damiano, tutto contento, ci ha fatto fare un giro dell’orto. Ci ha mostrato alberi di anacardi, i cui semi io avevo visto in mano a dei venditori ambulanti, lungo la strada. Poi degli alberi di papaya: dei tronchi lunghi ed esili alla cui cima c’è un ciuffo di foglie sotto cui pendono i frutti.

In un incavo nel terreno mi è parso di vedere dei resti di canne da zucchero, ma saranno seccate anche loro a causa della siccità.

Poi siamo andati al lago, ma in un punto diverso rispetto a quando ci andai per la prima volta. Qui c’è una sorta di approdo per canoe. Signori, che spettacolo.

Baba Upendo e Damiano hanno cominciato a lavare la Toyota e a tirare l’acqua in una pompa che va verso l’orto, mentre noi ci siamo allontanati di qualche metro per osservare il panorama.

Più mi guardavo attorno e più mi chiedevo: davvero sino a poco tempo fa tutto questo era un lago? L’acqua arrivava ben più là, forse ci saranno 3 – 4 km di letto verso ogni direzione. La siccità ci sembra qualcosa di naturale e incontrollabile, ma in realtà siamo noi esseri umani ad averne acuito notevolmente gli effetti, nel corso degli ultimi due secoli. Ora non voglio mettermi a fare l’ecologista noiosa, ma davvero guardare il lago Mtera ti riempie il cuore di tristezza. Un senso di infelicità e sconfitta che permea anche me, che è la prima volta in vita mia in cui vedo il lago: immaginiamo che effetti provoca questa vista a chi il lago l’ha visto vent’anni fa.

Siamo ritornati a piedi in missione, sotto il sole cocente di mezzogiorno. Durante il tragitto il prof. mi ha detto: “Volevi la savana? Questa è la savana!”. Ed è stato bellissimo camminarvi a piedi. Mi sentivo parte dell’Africa.

Dopo pranzo ho preparato una torta di compleanno, una torta di carote, insieme a Sista Leonila e Sista Hedviga. Mi sono portata la ricetta dall’Italia. Con mia sorpresa le suore avevano il frustino elettrico (che risparmia un bel po’ di fatica). Il forno invece è a legna. La cucina delle suore funziona così: si mettono dei pezzi di legno in un reparto, e questo fuoco alimenta sia il piano cottura sia il forno.


Verso le 17:00 abbiamo mostrato ai bambini il risultato del nostro lavoro, ossia le tre stanze ultimate; abbiamo festeggiato con caramelle e palloncini.

Ero appunto lì quando mi ha chiamata Sr. Fulgenzia per l’intervista. Si è vestita di bianco per l’occasione. Fa un figurone con l’abito bianco! È stata bravissima, si è prestata bene nonostante fosse un po’ emozionata.

Dopo le 18:00 siamo usciti per andare a casa di Damiano. L’abbiamo trovato ad aspettarci di fronte la porta della missione! Ci ha condotti a casa sua. Lungo la strada abbiamo incontrato due suore, e Sr. Marcellina e Sr. Katerini, che mi hanno chiesto dove stavamo andando. Io ho risposto “Nyumbani ya Damiano!” (a casa di Damiano).

Giunti a casa sua, Damiano ci ha presentato la moglie e i nipoti e ci ha inviato ad entrare nella sua dimora, ossia in una stanza di pochi metri quadrati, attorniata da una struttura in mattoni di fango, arredata in maniera spartana. Guardandomi attorno ho notato un tavolino di legno grezzo, quattro sedie traballanti, sacchi di patate usati come tende. Era tutto ciò che aveva, insieme a qualche indumento sudicio, il suo piccone, e qualche utensile per la casa. Eppure ci ha accolti con tutto il suo amore, e ha insistito affinché cenassimo da lui, con la sua famiglia. Sì, perché ci avevano preparato pollo e patatine: un pasto che per loro è da grande occasione. Sua nipote è corsa in una bottega a comprare una bottiglia d’acqua minerale, perché noi wageni (termine che in Swahili indica gli stranieri), ci potessimo sentire sicuri e a nostro agio. Tale gesto dice molte cose sul grande senso di ospitalità di queste persone.
In condizioni igieniche discutibili, pressoché al buio (perché era giunto il tramonto, e la casa era priva di luce elettrica), ci siamo guardati in silenzio e poi abbiamo accettato. Non si poteva rifiutare, sarebbe stato un affronto da maleducati. Eppure, sapete, quelle piccole e dure cosce di pollo erano molto più buone di quelle che si trovano da noi. Era una cena ricca. Ricca per loro, perché era quanto di meglio potessero offrirci. Nonché ricca per noi, poiché preparata con la gratuità dell’amore sincero. Era buio, è vero, ma riuscivamo distintamente a vedere che Damiano era felice, autenticamente felice, e non poteva esserlo di più. Grande era la sua gioia nell’averci alla sua tavola. Avevamo difficoltà a capirci, ma Damiano se la cavava con l’Inglese (prima dell’indipendenza, in Tanzania vi era la dominazione Inglese, per cui qualche anziano parla ancora tale lingua), quindi riuscivamo a scambiarci qualche pensiero.

Gli dicevo: in Italia abbiamo i piatti ricchi di tanti tipi di cibo, qui invece i piatti sono vuoti; ma voi siete ricchi dentro, mentre noi siamo poveri interiormente. I veri poveri siamo noi.

Lui, a queste parole, sorrideva. Eravamo tutti felici, è stato un momento di unione e di fratellanza.

L’aspetto più bello di Damiano è che, alla sua veneranda età, ha ancora un sogno nel cassetto: aprire un negozio. Non sa bene neanche lui quali beni vorrebbe commerciare, ma vuole farlo. È straordinario.

Di sera le suore hanno organizzato canti e balli per il compleanno di una di noi, e al contempo ci hanno dato l’arrivederci. Hanno fatto la pasta al forno! Ottima, come tutto il resto. E la nostra torta, poi, è venuta buona. Certo, un po’ bassa a causa del forno, ma di sapore andava bene.

A fine cena abbiamo pronunciato un breve discorso ciascuno. Io sono stata breve, non è la mia specialità fare discorsi, le sensazioni le descrivo meglio per iscritto piuttosto che a parole. Ho detto che l’Africa ha cambiato la mia visione del mondo, delle cose e delle persone.

Più tardi ero in procinto di coricarmi, ero quindi in pigiama. Mi stavo per mettere sotto la zanzariera quando è entrata una compagna per chiederci di andare a pregare con le suore nella cappella. Mi sono guardata e ho detto, perplessa e imbarazzata: “Ma… In pigiama?!”. Non avevo tempo di rivestirmi, sono dovuta entrare in cappella in pigiama: ennesima mia scena tragicomica. Ma per fortuna le suore l’hanno presa a ridere. Mentre pregavamo, mi è parso che la suora accanto a me – Sista Leonila – stesse piangendo. Sentendo i suoi lamenti sommessi, veniva da piangere pure a me. Uscite dalla cappella, non la finiva più di abbracciarmi.

Domani, quando partiremo, le suore saranno a messa; di conseguenza le abbiamo salutate stasera.

Sì, perché domani partiremo. Sento già la mancanza di questo luogo, di questi paesaggi, di queste persone.

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Una risposta »

  1. Silvio ha detto:

    Sto leggendo ogni giorno, ma oggi il racconto di Damiano è stato veramente toccante, Elisa.
    Continuo a seguirti,
    Silvio

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