24 luglio 2011

Una mia compagna ha comunicato a Sr. Fulgenzia l’intenzione del gruppo di partire giovedì, per andare a Mtwango. Un po’ mi dispiace, questa è la mia prima missione e mi sto affezionando a tutti.

Oggi è domenica, ma – essendo abituata a svegliarmi presto e ad andare a messa alle 6:30 – mi sono comunque svegliata intorno alle 5:00. Ormai è come se aspettassi sveglia il suono della campana, per evitare di saltare in aria.

Durante la settimana non ho avuto molto tempo per scrivere, dato che la sera sono un po’ stanca a causa del lavoro, oggi finalmente posso scrivere qualcosa con più calma.

Dunque è giunto il momento di spendere qualche parola sul discorso dell’acqua: come ci laviamo? È una domanda che si pongono in tanti. Bene, le suore lasciano davanti alla nostra porta un grande secchio d’acqua, che deve bastarci per diversi giorni. In realtà questo le suore non lo hanno mai detto, ma – visto il periodo di siccità – è buon senso farlo durare il più possibile. Quindi la mattina, prima di andare al lavoro, due di noi prendono questo secchio per i manici e lo portano in un punto del cortiletto che sia sotto al sole. Vi lasciamo il tappo per non farvi entrare insetti. In tal modo nel tardo pomeriggio, dopo il lavoro, troviamo l’acqua tiepida anziché fredda. Prendiamo un secchio pulito, di quelli che si usano per il ducotone, e con una cannata lo riempiamo; dopodiché lo portiamo in stanza. Quindi ogni giorno, al momento di lavarci, mettiamo una bacinella a terra e, con l’aiuto di una cannata, ci laviamo. Cinque cannate in media, che corrispondono a un terzo o mezzo secchio d’acqua. Tale acqua non viene buttata, in quanto viene raccolta appunto nella bacinella: in tale recipiente mettiamo i panni sporchi e li laviamo con sapone di Marsiglia e detersivo in polvere per lavaggio a mano. Anche dopo il lavaggio dei panni, l’acqua – ormai nera – può essere riciclata nuovamente: per il water.

L’acqua con cui ci laviamo il volto, quella con cui ci laviamo i denti: raccogliamo tutto, ognuno nella propria bacinella.

Non c’è nulla per cui esser sconvolti, se racconto questi particolari è poiché in Africa si sopravvive proprio così, bisogna tenere conto di fatti del genere prima di decidere di partire. Anzi noi abbiamo la grande fortuna di prendere l’acqua dal pozzo (anche se la riserva ormai è scarsa), di avere quindi acqua a disposizione ogni giorno. Le persone del villaggio, invece, vanno al lago, e percorrono a piedi 4 km all’andata, nonché altrettanti quattro al ritorno carichi di secchi d’acqua. Quando non sono le persone, sono gli asini a fare questa dura vita: carichi di grossi quantitativi d’acqua, percorrono tale tragitto dall’alba al tramonto, e hanno il corpo ricoperto dei segni delle frustate.

            Ma torniamo al racconto di oggi.

Stamattina abbiamo partecipato alla messa domenicale, in coincidenza con il giorno del ringraziamento: le persone offrono doni alla parrocchia, per festeggiarne la ricorrenza della nascita. Le suore hanno donato un tacchino e un coniglio: che risate quando ho visto Sr. Fulgenzia e Sr. Hedviga con in mano quei poveri animaletti ignari!

  Prima della messa ho fatto qualche foto alle scimmie con una mia compagna, ci siamo spinte sino ad un albero più lontano, seguendone un paio. Ad un certo punto una scimmia si è spazientita ed ha emesso un suono strano per intimidirci. Tentativo riuscito: siamo corse via alla velocità della luce.

Poi è venuta in missione una donna Masai, insieme alle sue figlie. Ho visto da vicino una Masai! Prima di oggi ne avevo visti parecchi, è vero, ma mai con così calma, senza fretta e senza la paura di risultare invadente. Al villaggio bado bene di non essere indiscreta nell’osservare gli altri, quindi lancio ai Masai qualche occhiata furtiva, di nascosto, per non disturbarli. Oggi invece ho avuto l’opportunità di studiarne tutti i particolari, l’abito, le decorazioni, etc. Le ho chiesto se potevo toccarle le collane, le ho fatto qualche foto.

La messa è iniziata alle 10:00 ed è finita alle 12:45. Ricchissima di canti, di allegria e di movimento. Tuttavia mi ha lasciata delusa su determinati aspetti: mi aspettavo che ci fossero i tamburi, degli strumenti musicali tipici, invece non è stato così; c’erano delle musiche registrate (su CD o su pianola, non so dirlo) in stile disco-music. Pensavo che dovesse uscire da un momento all’altro Little Tony da dietro l’altare.

Il prof. dice che questo è uno dei – cito le sue parole – “lati deteriori del progresso”, e credo di essere d’accordo con lui.

Ho registrato un video dell’offertorio, dove si vede appunto tutto il rito, nei suoi colori e nella sua vitalità.

Verso la fine della messa il parroco ci ha fatto salire sull’altare per ringraziarci del nostro lavoro: abbiamo detto al microfono i nostri nomi. Io non mi sono lasciata sfuggire l’occasione per dire “Kamwene!” e tutti si sono messi a ridere.

 Dopo pranzo ho fatto col prof. un giro per la missione, mi ha portata presso il recinto degli animali, dove c’è il guardiano sordomuto che si occupa del bestiame. Non sapendo come approcciarmi a lui, ho alzato un braccio in segno di saluto e gli ho sorriso. Lui ha fatto altrettanto. A volte davvero non c’è bisogno di parole per esprimere la propria gioia.

Poi il prof. mi ha mostrato i locali della parrocchia, dicendo che quando, sino a pochi anni fa, c’era un prete italiano la parrocchia era frequentatissima. Tale racconto contrastava con l’assoluto deserto di quegli stessi locali oggi. E dire che è domenica! Non c’era anima viva nella piazzetta.

   Infine ci siamo recati presso il cimitero. Ero curiosa di vedere quanto a lungo le persone vivessero, facendo una sorta di indagine demografica improvvisata. Non sono riuscita a capirne granché, bisognerebbe tornarvi con un quaderno d’appunti: sarebbe uno studio un po’ lugubre ma interessante. Comunque è stata una bella esperienza visitare il piccolo camposanto del villaggio, è qualcosa di piuttosto particolare vedere le lapidi all’ombra delle acacie anziché dei nostri cipressi. Conferisce un’atmosfera diversa al luogo.

  Alle 16:30 siamo tornati a Changarawe per la seconda lezione di computer: sono rimasta con Sr. Flora e Sr. Hedviga mentre gli altri erano in visita all’ospedale.

Di sera ho chiesto a Sr. Cristina se mi possa confezionare un abito con un tessuto per le kitenga. Domani sceglierò il tessuto.

È stata una di quelle giornate che non vorresti mai dimenticare: vi sembrerà banale, ma ogni volta che conosco un pezzettino in più di Africa, mi sento più ricca interiormente.

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