23 luglio 2011

Stamattina, a colazione, mancava il latte. Devo dire che mi sono abituata a prenderlo, sebbene a casa mia non lo prenda ogni mattina. Tale latte è prodotto nella missione, ed ha un gusto diverso rispetto a quello che siamo abituati a prendere a casa. La colazione, qui, è bella abbondante: una tazzona di latte, insieme al pane e ai biscotti di Sr. Hedviga.

Al lavoro abbiamo passato il ducotone nella stanza grande, nonché un’ulteriore mano nella stanza piccola. Di mattina abbiamo trovato dei gechi morti, che durante la notte si erano appiccicati alle pareti fresche, segnando la propria fine.

Abbiamo lavorato sino alle 15:00, in quanto dovevamo lavarci prima di fare una visita presso la missione di Changarawe, che si trova a circa 3 km di distanza da Migoli. Alle 16:00 è venuto a prenderci l’autista dell’altra missione, baba Beni (che mi perdoni nel caso abbia scritto male il suo nome).

A proposito di questo: qui i genitori sono soliti assumere, al momento della nascita del loro primogenito, il nome del figlio. Da quel momento la comunità non li chiamerà più col loro nome di battesimo. Per tale motivo baba Upendo viene chiamato così: perché sua figlia, appunto, si chiama Upendo (che in Swahili mi pare significhi “amore”). Una tradizione curiosa, non è vero?

La missione di Changarawe comprende un ospedale, che accoglie gli ammalati del villaggio di Migoli e dintorni. Vi sono poche suore: Sr. Felista (l’ex superiora, la quale suppongo avrà superato i settant’anni di età), Sr. Flora, Sr. Hedviga, Sr. Elisa, ed altre due suore (tra cui la superiora) di cui purtroppo non mi ricordo il nome.

Con noi abbiamo portato un computer portatile che l’associazione ha comprato grazie alle donazioni dei benefattori – naturalmente ne abbiamo portato uno anche per le altre due missioni, Migoli e Mtwango –; alla vista di questo computer, le suore si sono messe a cantare, a battere le mani per la gioia, e soprattutto ad emettere quel grido lungo e acuto che solo le donne africane riescono a produrre. Ancora non sono riuscita a capire come facciano!

In lingua Inglese ho spiegato un po’ di informatica a Sista Flora e Sista Hedviga (sista vuol dire appunto suora in Swahili), e loro mi hanno pregata di venire l’indomani per impartire loro qualche altra piccola lezione. Sr. Felista non la finiva più di ringraziarmi e di farmi i complimenti, ma io sentivo di non aver fatto proprio nulla: i suoi ringraziamenti così sinceri sono una cosa talmente rara e autentica che un po’ mi mette in imbarazzo. Lei parla un po’ l’Italiano, è stata alcuni anni in Italia per imparare il mestiere di medico, ma con me parla Inglese poiché ne ha un lessico più ampio e le viene più semplice. Quando infatti, parlando in Italiano coi miei amici, non le viene in mente una parola, si volta nella mia direzione e la pronuncia in Inglese.

            Le suore ci hanno mostrato le varie strutture di cui è composto l’ospedale, e abbiamo parlato della situazione sanitaria nella zona, dicendo che la popolazione malata di AIDS negli ultimi anni sia aumentata, e  che attualmente 740 loro pazienti stiano prendendo le medicine per contrastare la malattia. I bambini malati di AIDS sono pochi, più che altro ne sono affetti le loro mamme e i papà, che contraggono la malattia durante la loro vita e non alla nascita. I bambini che nascono vengono sottoposti al test per vedere se hanno contratto il virus dell’HIV e, se il test dà esito positivo, a 7 mesi di età si comincia la terapia.

Per quanto riguarda la malaria, le suore ci hanno raccontato di come il Governo abbia promosso una campagna di sensibilizzazione volta a far dormire le persone sotto le zanzariere.

Abbiamo chiesto a Sr. Felista di sottoporsi ad una mia intervista sui temi di cui abbiamo discusso oggi, quindi devo preparare qualche domanda per lei, nonché qualcuna per Sr. Fulgenzia.

Al momento di visitare il reparto delle partorienti, si è avvicinata a noi una donna col volto segnato dalle scarnificazioni, ossia da disegni che sono il risultato di tante cicatrici, che nelle antiche tradizioni tribali sono simbolo di bellezza. Tale donna, per l’appunto, appartiene all’etnia Mangati. Questi ultimi vivono al di là del lago e, a differenza dei Masai, tendono a restare più isolati.
Tale donna mi ha presa per un braccio, ne ha palpato la carne e mi ha guardata come per dire: “Con un braccio di questo ci mangerei per una settimana!”.
Quando più tardi l’ho raccontato a Sr. Fulgenzia, questa si è piegata in due dalle risate.

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