20 luglio 2011

La giornata comincia bene: appena alle 5:15 Sr. Fulgenzia suona la campana – che, vi ricordo, si trova a pochi metri da me – io salto letteralmente in aria, sollevandomi dal letto. Mai un risveglio mi risultò più brusco di questo!

Abbiamo dato inizio ai lavori presso la missione. Si tratta di pitturare la stanza in cui i bambini giocano al chiuso, nonché quella più grande in cui essi dormono.

Abbiamo raschiato i muri con le palette, tolto la sporcizia dai tetti, messo il gesso nei buchi presenti sui muri.

Il sottotetto ospita diversi nidi di pipistrello; è composto da lunghe e strette travi di legno, le quali, al minimo urto che avviene contro le scope, rilasciano escrementi di pipistrello in grande quantità. Chi pulisce il tetto deve munirsi di mascherina per coprirsi la bocca, una bandana per coprirsi i capelli, nonché la tuta da lavoro che indossiamo tutti. Quindi ci necessita la presenza di una seconda scopa, la quale raccatti da terra tutto ciò che cade da sopra: capita che si formi un tappeto nero sul pavimento.

Stiamo tutti assumendo una mansione specifica, al di là dei compiti in cui tutti ci alterniamo e ci aiutiamo a vicenda: io sono l’addetta al riempimento e al trasporto dei secchi d’acqua dal pozzo al luogo di lavoro. Tale acqua serve per lavare a terra, inumidire i panni, etc. La distanza pozzo – lavoro non è tanto lontana, ma neanche così vicina se si trasporta qualcosa. Ma ho cominciato a farci l’abitudine, anzi è un compito che mi fa piacere eseguire. Il problema è che le donne africane riescono a trasportare questi secchi sulla testa, in perfetto equilibro, e senza la minima difficoltà. Quindi ogni tanto mi guardano e vedo sulla loro bocca un sorrisetto bonario di scherno; si offrono di aiutarmi, forse perché faccio un po’ pena nell’assumere espressioni si sforzo per cose che loro fanno senza problemi! Ma io, un po’ per orgoglio e un poi perché sono qui per fare il mio piccolo nell’aiutare loro, rifiuto l’aiuto alzando le mani e dicendo: “Hakuna shida!” (che in Swahili significa “nessuna difficoltà”). Quindi loro mi sorridono e continuano a svolgere quello che stavano facendo.

Oltre al fare avanti e indietro coi secchi, anche l’addetta alla comunicazione con il falegname, Ernesto (detto così sembra chissà che cosa, ma semplicemente gli chiedo qualche utensile in prestito). Questo poiché non mi separo mai dal mio dizionario di Swahili, che considero prezioso per la sua utilità. Capita che io vada da lui e gli dica, nel mio Swahili stentato: “Kamwene, Ernesto! Nipe nyundo moja na msumari, tafadhali!” (“Dammi un martello e dei chiodi, per favore”).

Passo e ripasso diverse volte col mio secchio lungo questo percorso, quando ad un certo punto noto del movimento su un albero. Poi noto che quel movimento c’è anche sotto. Di cosa si tratta? Poso il secchio e mi avvicino di qualche passo: di fronte a me c’è un piccolo branco di animali, saranno una mezza dozzina, dal corpo poco più grande di quello di un gatto, e dalla coda che sembra essere lunga quanto il resto del corpo. Scimmie. Sì, sono proprio delle scimmie! Cercopitechi verdi: dal corpo grigio chiaro, dalla faccia nera, come neri sono anche gli arti. Il perché di quel “verde” nel nome lo potrete comprendere se vi capiterà di vederne una foto. Avevo visto diversi babbuini lungo la strada Iringa – Migoli, ma non avevo mai visto dei primati così da vicino. Mi avvicino loro, ma con qualche riserva (so che le scimmie possono diventare pericolose). Noto che al mio avvicinarsi loro scappano, rifugiandosi sugli alberi. Resto qualche secondo ad osservarle meravigliata, poi riprendo in mano il secchio ritornando al lavoro.

Quando mi allontano barcollando goffamente e facendo uscire acqua da tutti i lati, ho l’impressione che anche le scimmie mi stiano schernendo.

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