19 luglio 2011

Abbiamo dormito tutti come sassi. Anche se, a dire il vero, i sassi non dormono. La stanchezza del viaggio si è fatta sentire, trasformandosi in un sonno profondo.

Le suore, per farci riposare qualche ora in più, non hanno suonato la campana che solitamente suonano alle 5:15. La presenza di quella campana mi inquieta, dato che si trova proprio di fronte la mia stanza. Dunque abbiamo dormito sino alle 7:30, ora in cui sono stata svegliata da una compagna di viaggio, la quale ha bussato alla mia porta dicendo: “Sveglia!”. Abbiamo fatto colazione con Sr. Fulgenzia e le altre suore.

Poi siamo usciti dalla missione, imboccando quella larga strada lì di fronte, la quale dà sul villaggio. Qui ho vissuto il mio primo – tanto desiderato – contatto con la popolazione locale, saggiandone le reazioni di fronte a noi volontari. Tali reazioni infatti sono molteplici: c’è chi ci osserva incuriositi, chi si mostra un po’ diffidente; poi ci sono bambini che sembrano spaventarsi di noi, rifugiandosi dietro qualche tronco o abitazione, ma che tuttavia ci seguono con lo sguardo da dietro il loro riparo; al contrario, infine, altri bambini si mostrano contenti di vederci, si avvicinano facendosi fotografare e chiedendo “pipi”, ossia caramelle. Molti bambini ci salutano in italiano, agitando un braccio e dicendoci con un sorriso: “Ciao!”. Dal canto nostro noi rispondiamo con “Kamwene!”, un saluto nel dialetto locale, al quale loro reagiscono facendosi una risata.

Ci siamo fermati presso un negozio allo scopo di attivare le schede SIM tanzaniane. Non è saggio usare le nostre schede italiane, in quanto ci verrebbe a costare un occhio della testa sia chiamare che ricevere. Invece, inserendo una scheda con prefisso tanzaniano, non pagheremo nulla per ricevere le chiamate dall’Italia. Ci sono voluti venti minuti per l’attivazione di ogni scheda SIM, in quanto il commerciante doveva ogni volta registrare i nostri dati del passaporto e telefonare a chissà chi. Ma alla fine avevo la mia scheda SIM dell’operatore Vodacom Tanzania. Quello stesso operatore il cui logo campeggia ovunque lungo le strade tanzaniane.

Poiché ieri sera la banca era già chiusa, non abbiamo potuto scambiare i nostri Euro in Shilling Tanzaniani, dunque abbiamo comprato le schede con i soldi che erano rimasti ai miei compagni l’anno precedente. La SIM è costata 5.000 sh (circa 2,25 €, secondo il cambio attuale che dà uno scellino a 0,0005 €), la ricarica che abbiamo comprato ognuno di noi è costata invece 2.000 Sh. Qui le ricariche sono tutte di piccolo taglio: 500 sh, 1000, 2000, e forse c’è anche quella da 5000. Per noi è pochissimo, ma per i tanzaniani è equiparato al loro potere d’acquisto, considerato che guadagnano in media 20 € al mese. Ne consegue che la banconota dal taglio più alto sia 10.000 Sh (4,50 €).

Successivamente siamo rientrati in missione, per visitare l’orfanotrofio. Qui i bambini sono rimasti entusiasti della nostra visita, specie poiché abbiamo portato loro i leccalecca!

Mi rallegra vedere le loro facce divertite quando osservano la loro immagine impressa sullo schermo della mia macchina fotografica: tengo salda la mia reflex per non farla cadere, e ne giro lo schermo verso di loro, mostrando le foto che ho appena scattato. Loro toccano la macchina con le loro piccole dita, indicando i loro volti, sorridendo divertiti e facendo chissà quali commenti su come siano venuti tutti nei loro scatti. Taluni, i più vispi, poi mi fanno cenno di scattare altre fotografie, e si mettono in posa.

Di pomeriggio ci siamo recati presso il lago Mtera, non lontano da Migoli. Sarà distante circa 4 km, suppongo. Il problema è che, con la siccità, si è abbassato di dieci metri rispetto al livello dell’anno precedente, causando non pochi problemi alla popolazione. Niente acqua significa niente agricoltura, e tanti altri problemi annessi alla scarsità di risorse idriche.

Abbiamo percorso a piedi circa 2 km di letto asciutto, seguiti da un gruppetto di allegre bambine scalze e dagli abiti logori. Abbiamo proseguito sino a quando, a una decina di metri dalla riva, vi erano come delle sabbie mobili che ci hanno impedito di andare avanti, in quanto i nostri piedi affondavano nel fango. Inutile dire che le mie scarpe nere avessero cambiato colore già di mattina, non appena abbiamo messo piede in strada. Ma niente lamentele: siamo in Africa, fa parte del gioco.
Ci siamo fatti delle foto con tali bambine, le quali ogni tanto chiedevano le famose “pipi”. Il letto del lago è disseminato da spine provenienti dai cespugli, nonché da feci di animali, nello specifico capre e vacche (da ricordare che quest’ultime, in questa zona dell’Africa, abbiano sviluppato una gobba come i cammelli; ecco come l’evoluzione si adatta alla siccità). Le bambine vi camminavano sopra a piedi nudi, in totale tranquillità. Se una grossa spina rimaneva conficcata nel loro piede (cosa che è accaduta spesso), nessun problema: si sedevano a terra e si toglievano la spina. Senza alcun lamento, senza un’espressione di dolore. Toglievano tale spina e cominciavano a correre, per raggiungere gli altri. Avremmo fatto la stessa cosa anche noi? Io dico di no. Anzi, al contrario, suppongo che per una spina avremmo inscenato un dramma di proporzioni epiche.

 

 

 

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Una risposta »

  1. Valentina ha detto:

    E’ vero…noi ci lamentiamo per niente… 😦
    Quanti pensieri che arrivano guardando queste foto…e leggendo questo tuo meraviglioso diario….

    Nihal (Vale)

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