17 luglio 2011

Non ero mai stata a Fiumicino prima d’ora, mi ha stupita per la sua grandezza.

Siamo salite al primo piano per mangiare qualcosa, avevamo diverse ore da attendere prima che partisse il volo per El Cairo.

Stavamo appunto discutendo su quale panino scegliere, quando mi vedo sbucare il prof. da dietro una pianta, sospingendo un carrello con le sue valigie. Io sono rimasta a bocca aperta! Immobile, attonita. Quindi ho fatto cenno alle altre di guardare dietro di me: “Guarda dietro di me! No, non da quella parte, l’altra!”. Poi la gioia è stata grande. Io ero felicissima.

Il prof. è riuscito a trovare un volo poche ore prima di partire: a mezzanotte gli fu comunicato che si era liberato un posto sull’aereo, quindi ha fatto le valigie in due ore ed è partito con il primo volo Alitalia disponibile, all’alba. Che dire, io non sarei stata in grado di fare una valigia in quattro e quattr’otto, con tutte la paranoie che mi sono fatta negli ultimi due mesi! Arrossisco un po’ nel dire che, già un mese prima della partenza, la mia valigia era pressoché pronta.

 Dopo esserci districati tra i meandri del check-in, tra un’immensa folla e con i nostri tre carrelli di valigie, siamo partiti alle 14:30 circa da Roma. Destinazione Egitto.

 Dall’oblò del volo Roma – El Cairo (2152 km) si vedono diversi paesaggi: ovviamente il mare, alcune isole della Grecia, il Nilo, e soprattutto la capitale egiziana: El Cairo.

Suor Rita mi aveva accennato qualcosa riguardo la monotonia dei colori di questa città, ma vederlo coi miei occhi è stato uno spettacolo unico. Palazzi, grattacieli e casupole, costruzioni tanto diverse tra loro, ma tutte accumunate da toni sull’arancione, color terra. Ad un certo punto si è vista proprio una linea di demarcazione tra la città ricca e quella povera: una linea di distacco dal cemento al fango. Una linea inesistente se vista da terra, ma riconoscibilissima dall’aereo.

Prima di atterrare abbiamo visto il deserto, le distese di sabbia, le dune. Eppure non c’era caldo. O meglio, c’era, ma dentro l’aeroporto c’era un freddo invernale. Perché devono sempre mettere i condizionatori a questa temperatura? Il freddo è forse un simbolo di ricchezza? Non so, perché l’aeroporto è ben pulito e dall’aspetto lussuoso. Ho avuto l’impressione che, ostentando la potenza dei condizionatori, si volesse dare un’aria di benessere.

Quasi tutte le persone che transitano nell’aeroporto erano musulmane. Inoltre, quasi tutte le donne presenti indossano il velo; molte hanno il niqab, ossia quel velo nero che copre interamente il corpo e il volto, lasciando scoperta solo una sottile striscia per gli occhi. Tuttavia mi sono stupita non per l’alta presenza di niqab, bensì a causa del trucco pesante sfoggiato da molte donne sotto il velo. Donne interamente coperte dal burka o dal niqab, ma dal trucco molto carico sugli occhi. Mi è sembrato volessero occidentalizzarsi pur mantenendo rispetto nei confronti della loro tradizione, che impone di mostrarsi solo al proprio marito. O forse è sempre stato un loro tratto caratteristico, non saprei dirlo. Comunque ciò ha suscitato la mia curiosità, mi chiedevo se truccarsi in tale modo fosse un controsenso rispetto alla tradizione islamica. Voi che dite, si tratta forse di una contraddizione?

Alle 22:45 è partito il volo per Dar es Salaam. E non vedevo l’ora, qui il freddo è così fastidioso! Anche stavolta eravamo tutti seduti in posti sparsi tra loro. Io però ero accanto a Suor Rita. Viaggiare di notte mi è risultato scomodissimo, non so dormire seduta, per giunta con le luci accese. Quel volo mi è sembrato interminabile. E anche qui c’era freddo: per ripararmi ho messo in testa la copertina blu dell’Egyptair – assumendo anch’io il mio velo in mezzo alle donne arabe – e ho cercato di chiudere gli occhi. Tentativo inutile: siamo atterrati a Dar es Salaam intorno alle 5:30, e io non ho dormito per niente.

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