Leggo un romanzo francese attendendo che giunga il mio turno. Sento gli strilli dei bambini che giungono da dietro la porta dell’ufficio vaccinazioni; strilli che vengono seguiti dal suono di un sonaglino, agitato dal medico allo scopo di far distrarre il bambino dalla vista dell’ago. Ma non c’è giochino che tenga, l’immagine della siringa si riflette terrificante sugli occhi del bambino. Allo strillo segue il pianto: ora il suono del sonaglino neanche riesce più a distinguersi; svanisce, sovrastato dalle urla.
Finalmente arriva il mio momento di varcare la soglia. Entro, saluto, mostro il certificato che attesta la mia volontà di partire con una Onlus in terra africana. Il medico, una donna bionda sulla cinquantina, alza gli occhi dal foglio e mi domanda: “Ma chi glielo fa fare?!”.
Scuoto la testa, non riuscendo a trovare una risposta. Questa sì che è una bella domanda.
L’altro medico presente nella stanza si appresta ad effettuare su di me la vaccinazione dell’antitetanica (una delle tante vaccinazioni a cui è saggio sottoporsi prima di partire). Mi siedo sullo sgabello, con aria distratta, dunque mi rivolgo a quell’uomo: “Dottore, a me non spetta il sonaglino?”. Lui lo fa suonare e ci mettiamo entrambi a ridere.
Non ho sentito la sensazione dell’ago che passa attraverso la mia pelle, ero troppo distratta a pensare alla domanda che mi avevano posto prima. Già, ma chi me lo fa fare?

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